LA RIMOZIONE COME ABITUDINE QUOTIDIANA
Perché oggi il problema non è sapere, ma continuare a vivere come se ciò che sappiamo non ci riguardasse
LA RIMOZIONE COME ABITUDINE QUOTIDIANA
Perché oggi il problema non è sapere, ma continuare a vivere come se ciò che sappiamo non ci riguardasse
Questo ciclo nasce da una domanda più ampia: cosa succede quando il cibo viene osservato oltre il piatto.
C’è un fraintendimento che rende sterile gran parte del discorso su etica, salute e ambiente. Si continua a pensare che il nodo sia la mancanza di informazioni, come se fossimo ancora in una fase iniziale, bisognosa di dati, prove, spiegazioni. La realtà è diversa. Le informazioni circolano da tempo, le immagini sono accessibili, le conseguenze vengono raccontate con precisione crescente. Eppure il modo in cui mangiamo, produciamo e scegliamo resta sorprendentemente stabile.
Questo accade perché sapere non equivale a integrare. Tra ciò che conosciamo e ciò che sosteniamo con le nostre azioni quotidiane esiste uno spazio ampio, spesso silenzioso. In quello spazio prende forma la rimozione. Un processo graduale, poco appariscente, che consente di mantenere abitudini consolidate senza sentirne il peso. Non cancella le informazioni, le sposta ai margini dell’esperienza.
La rimozione è un meccanismo raffinato. Permette di continuare a funzionare all’interno di un sistema complesso senza essere travolti dalle sue contraddizioni. Il cibo arriva pulito, confezionato, standardizzato. Le filiere restano lontane, i passaggi intermedi invisibili. Territori, animali, lavoratori, ecosistemi diventano sfondo indistinto. Tutto appare semplice, immediato, neutro. Questa neutralità è una costruzione efficace, perché rende le scelte leggere, quasi automatiche.
Nel tempo, questa distanza si normalizza. Mangiare diventa un gesto separato dalle condizioni che lo rendono possibile. La salute viene percepita come una questione privata, scollegata dal contesto ambientale e produttivo. Il corpo viene trattato come un sistema isolato, da ottimizzare attraverso singoli alimenti o comportamenti, mentre il sistema che li genera continua a operare indisturbato.
La rimozione non richiede cattiva fede. Si alimenta di ripetizione, di abitudine, di comodità. Ogni giorno aggiunge un piccolo strato: una scelta rimandata, una domanda lasciata cadere, un’informazione archiviata come eccessiva. Con il tempo, questo accumulo crea una zona di comfort cognitivo in cui le contraddizioni restano gestibili perché non vengono attraversate fino in fondo.
Quando si osserva l’alimentazione da vicino, questa dinamica diventa evidente. Si cerca cibo che prometta benessere, leggerezza, performance, mentre il sistema che lo produce resta fuori dal campo visivo. È una separazione fragile. Il corpo, l’ambiente e l’economia fanno parte dello stesso circuito. Le condizioni di produzione influenzano la qualità del cibo, il carico chimico, l’impatto ambientale, la salute collettiva. Nulla resta confinato a un solo livello.
Ridurre la distanza tra conoscenza e azione richiede un cambio di postura. Significa riportare le conseguenze vicino, renderle leggibili nella vita quotidiana. Non come allarme costante, ma come continuità. Ciò che accade nei campi, negli allevamenti, nelle industrie alimentari attraversa il sistema e arriva nel piatto. Da lì entra nel corpo, nell’ambiente, nelle relazioni sociali. Questo passaggio non è immediato, ma è reale.
Riconoscere la rimozione apre uno spazio di responsabilità concreta. Una responsabilità che non chiede perfezione né coerenza assoluta, ma presenza. Presenza nel momento in cui si sceglie, si acquista, si mangia. Presenza nel riconoscere che ogni gesto alimentare sostiene un modello, anche quando sembra piccolo o isolato.
Questo ciclo nasce da questa consapevolezza. Dalla necessità di rendere visibile ciò che abitualmente resta sullo sfondo. Nei prossimi articoli entreremo nel merito del cibo, del corpo e dell’ambiente come parti di un unico sistema. Il punto di partenza resta questo: oggi le informazioni non mancano. Ciò che manca è la loro integrazione nella vita quotidiana. È lì che si gioca la possibilità di un cambiamento reale.