NON STIAMO FINENDO LE RISORSE
Stiamo vivendo come se il domani non dovesse mangiare
NON STIAMO FINENDO LE RISORSE
Stiamo vivendo come se il domani non dovesse mangiare
Per anni ci hanno ripetuto che il problema fosse la sovrappopolazione.
Troppi esseri umani, troppe bocche da sfamare, troppe richieste per un pianeta finito.
Ma i dati raccontano un’altra storia, molto più precisa e molto più scomoda.
Oggi l’umanità consuma risorse naturali a una velocità superiore di circa il 70% rispetto alla capacità di rigenerazione della Terra. Questo significa che ogni anno utilizziamo l’equivalente di 1,7 pianeti. Non è una metafora: è un calcolo basato su suolo fertile, acqua dolce, foreste, pesca, capacità di assorbimento della CO₂.
Da dove arriva questo “extra”?
Non da nuove risorse, ma dall’erosione di quelle esistenti.
Stiamo impoverendo i suoli agricoli più velocemente di quanto riescano a rigenerarsi. Secondo la FAO, oltre il 33% dei terreni coltivabili è già degradato. I mari sono sfruttati oltre il limite biologico: più di un terzo degli stock ittici mondiali è sovrasfruttato. L’atmosfera viene caricata ogni anno di miliardi di tonnellate di CO₂ che i sistemi naturali non riescono più ad assorbire nei tempi necessari.
Il nodo centrale, però, non è solo quanto consumiamo, ma come produciamo il cibo. I sistemi alimentari basati su allevamenti intensivi richiedono enormi quantità di acqua, mangimi, suolo ed energia, con un rendimento calorico e proteico estremamente inefficiente. Per produrre una caloria animale servono molte più risorse rispetto a una caloria vegetale. Questo non è ideologia: è fisica, biologia, termodinamica.
Il risultato è che una parte consistente delle risorse globali viene assorbita da un modello alimentare che restituisce poco e lascia dietro di sé degrado ambientale, perdita di biodiversità e instabilità climatica.
La cucina vegetale, in questo contesto, non è una scelta morale astratta.
È una strategia concreta di riduzione dell’impatto, supportata da evidenze scientifiche: minore uso di suolo, minori emissioni, minore pressione sugli ecosistemi, maggiore efficienza nell’uso delle risorse.
Eppure continuiamo a raccontarci che il cibo sia solo gusto, tradizione o preferenza personale.
Ma ogni piatto è anche una dichiarazione ecologica, che lo si voglia o no.
La vera domanda allora non è se il singolo gesto “salverà il mondo”.
La domanda è: quante scelte quotidiane servono per continuare a ignorare ciò che ormai sappiamo con certezza?
Il cibo non è neutro.
E forse non lo è mai stato.
Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra cibo, risorse e responsabilità quotidiana.